giovedì 6 giugno 2019

Un'acuta e importante riflessione di Vilma Torselli

Sempre in tema di arte voglio riportare il commento di Vilma Torselli ad un articolo apparso su antiTHeSi.info il 27 luglio 2011 dal titolo Estetica dell'abuso.
L'articolo elogiava la ricerca dell'artista albese Eugenio Tibaldi che allora risiedeva a Napoli. Periodo sicuramente fertile per la ricerca di questo artista/architetto.





Vilma Torselli è architetto, esperta d'arte contemporanea, autrice del sito  

Sandro, mi sono divertita molto a leggere l’articolo ed anche a documentarmi in rete su questo artista, strano personaggio di cuneese trapiantato al sud, che, come tutti gli artisti, gode del privilegio di poter essere irrazionale, utopista, sovversivo, visionario, provocatorio, anarchico, superfluo.
Certo, se un progettista, architetto o ingegnere o geometra, avesse distribuito agli utenti un questionario come quello di Tibaldi come base per un reale progetto architettonico, sarebbe stato gentilmente invitato a recarsi presso il più vicino centro di igiene mentale, ma Tibaldi non si inserisce in alcuna categoria, quindi segue le procedure che crede. E lui sa che non dovrà progettare veramente quell’improbabile condominio, quindi provoca, perché lui può farlo, perché lui è un artista, mica un architetto, il suo ‘mestiere’ è provocare, non fare case. L’eterogenea schiera di condòmini del suo utopic building probabilmente è la stessa che si siede attorno alla sua tabula rasa portandosi da casa la sedia ed inscenando attorno al tavolo una sorta di happening dell’arredamento, o la stessa armata brancaleone che costruisce in tempo record una casa bifamiliare abusiva neanche peggio di quelle erette con tutti i sigilli dell’ufficialità.

C’è una parola che accomuna tutto ciò, ed è ‘libertà’. E’ quella che si legge nell’inusuale questionario che non darà luogo ad alcun condominio ma che avrà fatto sognare qualcuno, nell’accozzaglia di sedie scompagnate dove nessuno rinuncia alla propria comodità, nel perverso efficientismo dell’illegalità, libertà dalle regole, dalle convenzioni, dalle imposizioni, dall’”apparato burocratico”, dal “minimalismo modaiolo”, dal “significato ad ogni costo”.
Da tempo l’architettura guarda all’arte con interesse, con emulazione e con dichiarata invidia, cerca di indagarne i codici linguistici aprendosi alla contaminazione ed all’interdisciplinarità, di evadere dalle imposizioni della ragione e della funzionalità per poter finalmente volare.
Gerhy o Hadid sono grandi evasori, la loro architettura artisticizzata è un tentativo continuo di sottrarsi ai condizionamenti culturali, stilistici, persino statici, opera aperta che, come l’arte, rifiuta dichiarazioni formali o funzionali definitive.
E l’arte non fa prigionieri, l’arte si lascia dietro solo cadaveri nel continuo superamento di sé, una fuga in avanti che lascia il vuoto, che ce la fa perdere di vista e quando la raggiungiamo spesso non riusciamo a riconoscerla.
Invece l’architettura, per sua stessa natura, è comunque destinata a divenire testimonianza permanente ben oltre le sue ragioni progettuali, perché nessun’altra attività umana influisce sull’ambiente e sulla qualità della vita in modo così determinante e soprattutto duraturo, perché la materia dell’architettura sopravvive alla sua stessa idea.
Quanto l’architettura è necessaria, altrettanto l’arte è inutile e proprio l’inutilità sembra essere il decisivo discrimine tra queste due discipline. Certamente anche un’architettura può essere inutile, tutte le volte che non dà “risposte convincenti ai singoli“ senza avere il coraggio di liberarsi da “generiche soluzioni generaliste autocompiacenti e auto compiaciute”, ma questo non la rende un’opera d’arte, solo una brutta architettura.

Quando tu invochi, la liberazione dell’architettura sull’esempio di un’arte che, a differenza di essa, è capace di affrancarsi dall’omologazione e dall’inscatolamento di massa affermando la priorità del singolo sulla presunta tutela “d’un astratto fine collettivo che nessuno individualmente riconosce come proprio”, quando auspichi la libertà degli architetti (e presumo anche un’adeguata capacità professionale), mi vengono in mente parole del lontano 1954, di Walter Gropius (‘Il compito dell'architetto: servire o guidare?’, Architectural Forum, New York) che sintetizzano ciò che lui definiva ‘comporre in funzione del vivere’: “l'architetto dovrebbe concepire gli edifici non come monumenti ma come asili del flusso di vita che essi debbono servire ……” , il flusso di vita, sedie scompagnate, condominii utopici, maestranze improvvisate, “le tensioni estetiche ed emotive” degli uomini che abitano l’architettura.

Per citare un ricorrente tormentone, “non servono nuove leggi, basta applicare quelle che già ci sono”, parafrasando si potrebbe dire: “non servono architetti liberi, solo architetti capaci”.
Per legge.

domenica 2 giugno 2019

L'identità culturale non esiste

François Jullien, filosofo, ellenista e sinologo francese.
Ci spiega in questo corposo testo perché, da un punto di vista antropologico, l'identità culturale, su cui negli ultimi decenni s'è scritto in toni risolutivi,  semplicemente non esiste. 



L'identità culturale non esiste
(ma noi difendiamo le risorse di una cultura)

La rivendicazione di un’identità culturale tende a imporsi in tutto il mondo, oggi, a causa del ritorno del nazionalismo e come reazione alla mondializzazione.
L’identità culturale sarebbe quindi una difesa. Contro l’uniformazione che ci minaccia dall’esterno e contro i comunitarismi che potrebbero minarci dall’interno. Ma allora, come trovare un punto di equilibrio tra la tolleranza e l’assimilazione, tra la difesa di una singolarità e l’esigenza di universalità?
Questo dibattito attraversa in particolare l’Europa, colta improvvisamente dal dubbio riguardo all’ideale dell’Illuminismo, e piú in generale concerne il rapporto tra le culture e quello che potrà essere il loro futuro.
Ritengo però che vi sia un errore nell’uso di questi concetti: credo che non si possa piú parlare di «differenze» che isolano le culture, ma piuttosto di scarti che sono costantemente a confronto, quindi in tensione, e che promuovono tra loro un comune. E non si può piú parlare neppure di identità – dal momento che la specificità della cultura sta proprio nel cambiare e nel trasformarsi –, ma di fecondità, o di quelle che definirei risorse.


Leggi il testo integrale: >>>https://www.antithesi.info/testi/fonti/testo_1.asp?id=12

venerdì 31 maggio 2019

Vati e gagà - di Ugo Rosa


Quello che segue è un articolo scritto nel 2004 da Ugo Rosa su antiTHeSi.info e fa un ritratto di un Vittorio Sgarbi che sembra oggi essersi fermato nel tempo e nel personaggio.
Lo ripropongo per l'ironia e le capacità letterarie di Ugo, ma soprattutto per far chiarezza sulla reale natura conservativa e conservatrice di questo personaggio mediaticamente ingombrante, che pare conoscere molto ma capire anche poco, in particolare, d'arte contemporanea.

Di vati e di gagà questo paese ne ha sempre prodotti. Ma è anche prodigo di pupattoli alla forfora che brillantemente assommano nella loro singola e venerabile persona ambedue queste caratteristiche: i vati-gagà. La storia dell’editoria nazionale, di conseguenza, pullula di pagine scritte con una prosa monumentale e gonfia di gas come un pallone aerostatico che, appena lo pungi con lo spillo, schizza via afflosciandosi in un sibilo prolungato e lamentoso al cui richiamo miriadi di altri gagà e di altri vati accorrono.
Li senti che si passano parola: “Che testa!” dice uno, “Che cuore!” fa eco l’altro “Che polmoni, Che spirito libero!” chiosa un terzo. Si fa quel che si può, e ognuno ci aggiunge del suo.
Il mutuo soccorso dei vati e dei gagà è un tipo di volontariato che in Italia ha un grande passato e il cui presente lascia intuire che, di certo, in futuro ci sarà (per loro) da spassarsela.
E’ proprio nel presente, infatti, che si colloca un caposaldo di questo genere letterario di pronto intervento, a metà tra la posta del cuore e il memoriale della nonna; però con appendici bibliografiche (in cui Adorno se ne sta, mogio mogio, al fianco di Pierluigi Cervellati). L’autore, vate e gagà di prim’ordine, si chiama Sgarbi Vittorio.
Mi sono già occupato, una volta, di un suo spettacoloso articolo di giornale, ma, in realtà, ne so poco e, devo ammetterlo, questo gagà (e vate) mi incuriosisce: ho chiesto in giro, mi hanno detto quel che già sapevo, che cioè egli è noto come gagà televisivo e, secondariamente, come homme de lettres. Ho provato ad approfondire:
Che mestiere esercita questo signore?
Questo signore scrive e parla in tv.
Di cosa?
Di tutto.
I conti tornano.
Ah! Fa anche politica.
Perfetto, l’operazione non dà resto: il registratore di cassa scampanella che è un piacere.
Sgarbi Vittorio: professione vate (e gagà).
Premetto che non ho interessi antropologici, né passione per i rotocalchi e che il libro di un homme de lettres che fa politica, scrive e va in tv, in linea di massima, non è roba che fa per me. Perché ne scrivo allora? Perché quest’homme de lettres televisivo nel corso delle sue sgroppate retoriche è finito, sul suo asinello bardato da destriero, nel campo dell’architettura e dell’urbanistica, già terreno di pascolo per innumerevoli altri asini. E siccome io sarei architetto (homme de lettres permettendo e anche se ammetterlo è dura), la cosa m’incuriosisce.
Ho dunque letto il libro. S’intitola “Un paese sfigurato”, un titolo certamente notevole.
Comincia a lume di candela (pag.1): “Il bene più prezioso per un luogo è…il suo essere quello che è stato”. Ecco una cosa che stimola e fa riflettere. Dunque il bene più prezioso, mettiamo, per un mondezzaio sarebbe quello di restare per sempre ciò che è stato, cioè un mondezzaio. Questa metafisica della permanenza è suggestiva e apre prospettive interessanti. Per esempio quella che il bene più prezioso per un cretino sarebbe di restare in eterno un cretino. L’espediente è vecchio come il cucco: il vate avanza il piedino, indica lontano, volge l’occhio verso un punto imprecisato dell’orizzonte e, mentre la palpebra freme, incide tra le nuvole uno di questi lacrimosi ultimatum. Poi confida nella dabbenaggine di chi legge; e siccome i suoi lettori e lui si meritano a vicenda, il gioco è fatto. E’ normale; queste frasi ad effetto, che non vogliono dir nulla (ma esplodono come mortaretti e tengono l’utente con il naso per aria) sono l’ambito di specializzazione dei vati-gagà, pensate al capostipite, Gabriele D’Annunzio. Alla luce di questa fulgida stupidaggine iniziale il libro brancola nella penombra per un centinaio di pagine abbattendosi, sul filo delle ultime tre righe (pag. 95) sopra un bersaglio che, per fortuna, conoscevamo a memoria: “…continuiamo ad assistere impotenti al trionfo dell’architetto distruttore impunito e del politico che lo fiancheggia…Figure modeste, incapaci di percepire lo spirito, l’armonia, il senso della storia. Personaggi che non guardano, non vivono, non ascoltano il respiro d’Italia, ma perseguono il malefico disegno della sua cancellazione irreversibile.”.
Il respiro d’Italia.
Se l’Italia non fosse il paese dei vati e dei gagà per un’espressione del genere dovrebbe essere previsto il ripristino delle sculacciate. Invece a chi le scrive si assegnano poltrone di sottosegretario e, prima o poi, lo si farà ministro. Comunque, tra quell’inizio e questa conclusione (a provare che “il respiro d’Italia” non è un incidente di percorso) si trovano passi come questo (pag. 30): ”…non è eccessivo affermare che la conquista culturale più significativa degli ultimi anni è stata l’attività di Carlo Petrini e del suo “Slow food”. Il recupero di sapori locali per combattere la massificazione dei gusti, diffondendo i cibi prodotti in aree ristrette, dimostra che si può utilizzare vantaggiosamente il mercato per difendere un patrimonio che altrimenti sarebbe completamente disperso. I “Fast food”, peraltro, rappresentano esattamente l’equivalente della degenerazione nella lingua, nella musica, nella letteratura.” che ci spiegano perché il respiro d’Italia è così pesante: questo succede quando ci s’ingozza di lasagne. Ma se il gagà si muove tra osterie e luoghi di svago il vate pensa alla cultura e frequenta le persone giuste. Infatti qualche pagina prima (pag. 22) eccolo che, secondo la regola del mutuo soccorso di cui dicevo, accorre in aiuto di un collega: “Cosa posso pensare dell’atteggiamento dello stato nei confronti di Zeffirelli? Nella sua casa di Positano, egli ha aperto nuove finestre con cornici di intonaco leggermente invecchiato, su cui ha fatto inscrivere la data 1771…Ebbene è stato costretto a toglierla. Per questo sono nemico della legalità.” Anche a me era venuto in mente di passare alla clandestinità per via dell’obbrobrio della tassa sugli yachts. Poi però ci ho ripensato. Visto che lo yacht non ce l’ho mi sono reso conto che stavo lavorando di fantasia… ma per quanta fantasia ci metta mi è quasi impossibile riuscire ad immaginare dove un gagà che (anche se vate) non ha mai lavorato in vita sua riesca a trovare le energie per rimestare in questa fangosa sbobba piccolo culturale che ogni filisteuzzo portatore di “libero pensiero” comunica al barista, mentre s’ingozza di sfogliatelle e cappuccini. Nel concitato tentativo di confondere il malcapitato per riuscire ad infilarsi tra le ganasce qualche pasterella fuori dal conto. Un minestrone di melensaggini in cui “i sapori del tempo che fu” se ne vanno a spasso con i “retaggi del passato” là, nella valle degli orti, dove Mastro Lindo s’è sposato con l’olandesina, in quel luogo “magico, patinato di fumo, dove si serviva ancora il vino in ciotole di metallo” (pag.85) e Cervellati suonava le nacchere e ballava il minuetto con Alberto Arbasino. Quel luogo incantato in cui, a Zeffirelli nessuno avrebbe osato impedire di scrivere minchiate sopra le finestre. Ora, questa terribile tortura imposta ad un altro vate-gagà, inutile dirlo, mi addolora. Così, a caldo, anch’io mi darei al banditismo. Però poi mi consolo perché prendo atto che se è pur vero che i cattivi non gli hanno fatto scrivere “1771” sopra una finestra aperta l’altro ieri, è ugualmente vero che nessuno gli ha impedito di girare i suoi film; che sono, ammettiamolo, un pochino peggio di una sciocchezza incisa sull’intonaco. Insomma è sempre la storia del bicchiere: è mezzo pieno o è mezzo vuoto? Chi può dirlo…oramai nessuno più risponde a queste domande, data “la degenerazione nella lingua, nella musica, nella letteratura” (pag.30). Un momento, prego… nessuno tranne il nostro vate che, dietro richiesta del gagà e ligio, questa volta, alla legge Bassanini, presenta autocertificazione di qualità firmandosela da solo e per giunta soffiando dentro il corno inglese in questa maniera: “Il desiderio di verità che mi anima viene da lontano” e “Io ho fatto per l’arte ciò che Carmelo Bene fece per il teatro” (pag.27). Eppure la decadenza della letteratura non ha impedito né al gagà e neppure al vate di scrivere una frase come questa “Oggi non sai più riconoscere che neanche passi un fiume attraverso Tokyo” (pag.41) dove la sintassi si volatilizza in metafisica pura. D’altra parte, sebbene gli studi storici (sempre per via della famosa degenerazione…) siano oramai carne di porco, il nostro vate (in quanto gagà) accorre, si leva il monocolo, colpisce gli ignorantoni con la sua canna da passeggio e risolleva i suddetti studi. Perciò s’inalbera e fa persino dello spirito (nei limiti di gesso entro cui il vate lo consente al gagà) su quelli che “non conoscono la storia” e poi, del detto “L’aria della città rende liberi” (che risale al medioevo e indica la possibilità, per i contadini, di rendersi liberi dagli obblighi servili dopo un periodo di residenza in città) rivela che si tratta di una “scritta…ispirata all’iscrizione nazista”. (pag.32). Se ad uno così gli consegnate un’epigrafe funeraria ve la restituisce infiocchettata in confezione regalo e trasformata nel barzellettiere di Totti. Ma i tempi sono grami e, come il nostro (vate? gagà?) ha inciso a pag.22: “L’ignoranza è sovrana”.
Tra autocertificazioni (“io so di conoscere pietra su pietra le opere di Palladio”) proclami da parata elettorale (“ripartire dalla storia per tutelare il presente e progettare il futuro”) lamentazioni della lapide al milite ignoto (“non ci sono più Palladio e Raffaello”) nostalgie da signorinella pallida (“…l’aula con piccoli banchi di legno e luci fioche e propizie…”) e superomismi alla Johnny Bravo, il bellone col ciuffo (“Nel difendere la bellezza non bisogna mai abbassare la guardia. Mentre ero distratto, a Ferrara…è stato costruito un edificio a torre…”) questo volumetto riesce ad essere spaventosamente prolisso pur nei limiti ristretti delle sue cento pagine. Esattamente come il suo autore riesce, nei ristretti limiti di una comprensione turistica dell’architettura e dell’urbanistica, a far mostra di una presunzione addirittura enciclopedica. Egli sa esprimere la sua indignazione da vate attraverso raffinati jeux de mots come questo: “Il Cristo Morto del Mantegna , cioè l’opera più importante esposta a Brera, se ne sta su un muretto giallo, sovrastata da una specie di decorazione che uno non metterebbe neanche nel “gabinetto” di casa sua” ma sa anche, da gagà itinerante, indignarsi un tanto al metro: “…si è tentato di costruire un ristorante a soli cento metri da Castel del Monte, il più importante monumento Federiciano” e se, non conoscendo il cesso di casa sua, non possiamo porre rimedio alla prima indignazione, potremmo forse rimediare alla seconda recandoci a pranzo con l’elmo ed imponendolo anche, eventualmente, a tutti i cani che, sulle mura di Castel del Monte, ci vanno a pisciare.
La cosa davvero stupefacente, però, è che questo stesso vate dall’ego gonfio come la prostata di Giosuè Carducci, questo gagà a cui il narcisismo impedisce, non fosse che per un milionesimo di secondo, di provare orrore per sé stesso, per ciò che ha rappresentato e rappresenta, per come ha contribuito e contribuisce alla volgarità e alla barbarie mediatica senza limiti in cui oramai sguazza questo “paese sfigurato”, riesca poi a chiedersi senza che gli caschi la dentiera per la vergogna: “Come difendersi dal delirante ego degli architetti?” e a dedicare un capitolo all’esorcismo dell’“L’architetto-narciso”. S’indigna, l’amico, per via della “barbarizzazione modernista” ed è affranto per la volgarità che lo circonda da ogni parte, ma non è neppure sfiorato dal dubbio che questo paese sia stato involgarito, imbarbarito e messo alla gogna (molto prima e molto più che da una fantomatica “modernizzazione”) da un degrado mentale e culturale che personaggi come lui incarnano a perfezione: con i loro isterismi, la loro ridicola presunzione, le loro patetiche apparizioni televisive. Una fiera della fatuità che, con la funebre monodia della sua chiassosa demenza, ha di sicuro arricchito lui e quelli come lui; ma ha fatto di peggio che sfigurare questo paese: lo ha inesorabilmente lobotomizzato.


(Ugo Rosa - 28/9/2004)

giovedì 30 maggio 2019

Eugenio Tibaldi: l'artista albese più importante oggi



"Dal 2000 inizia la mia ricerca che prende vita nell'area periferica a nord di Napoli, provengo da Alba (CN), cittadina di provincia; mi sono trasferito con la motivazione di conoscere e vivere il luogo, a mio avviso, più plastico e mobile d'Italia.
In essa trovo i riflessi di una mutazione silente sia in termini di interpretazione e che reazione alla realtà, una neo cultura in grado di influire e alterare sistemi economico sociali. Le aree periferiche con i loro “non confini”, si prestano ad entrare in relazione con il materiale umano secondo dinamiche "altre" da quelle centrali, dando luogo a soluzioni adattative e di convivenza tra le parti spesso impreviste.
Quindi, le periferie, esprimono una condizione culturale che cambia e influenza il modo di vivere di chi le abita ed innesca vere e proprie dinamiche mentali, che riscrivono le regole dell'estetica e della socialità.
Da 15 anni circa studio la periferia ed in particolare le sue risultanze estetiche. Documento e rilevo i passaggi del rapporto fra legalità, economia ed estetica.
Annoto i segnali culturali, necessari ed indotti da ciò che il potere impone e che l’economia regola, i codici comunicativi che facilitano lo scambio e le alleanze tra questi tessuti nelle aree periferiche.
"
(Tratto dal sito personale dell'artista)

Queste parole riprese dallo statement del suo sito personale rivelano il senso del titolo di questo articolo e ci mostrano quanto sia importante per gli architetti la qualità della sua ricerca. Parliamo di disagio e di periferie, tema oggi attualissimo per la guerra civile tra poveri che si sta consumando sull'onda dell'odio razzista messo in campo da spregiudicati opportunisti della politica.

Eugenio Tibaldi lavora da tempi non sospetti per guadagnare dignità estetica nel mondo estremamente fecondo della marginalità, in questo ricordando le esperienze dell'altro grande artista albese dell'arte informale, Pinot Gallizio. Fondatore  nel 1957 dell'Internazionale situazionista, insieme a Guy Debord, Michèle Bernstein, Asger Jorn, Constant, Walter Olmo, Piero Simondo, Elena Verrone, Rulph Rumney, Gallizio non abbandonò mai il tema sociale e la ricerca pittorica mirata alla ridefinizione del perimetro dell'arte, fuori dai recinti del mercato.


Rispetto agli anni dell'informale, l'operare di Tibaldi è molto più presente, estremamente attuale nel modo e nella forma, soprattutto in funzione del linguaggio, che in questo autore non è strumento per descrivere e raccontare ma è l'esito della sua continua e costante ricerca. Lontanissimo dal manierismo di chi si affida all'iconografia certificata dalle esigenze di mercato, che necessitano di un segno evidente e riconoscibile, nel nostro autore il progetto nasce e si sviluppa adattandosi e componendosi secondo un metalinguaggio che non condiziona mai in dettaglio l'esito finale.

Questo aspetto da solo basterebbe a innalzare questo artista ai vertici del mondo dell'arte. Egli ha saputo sottrarsi alla grande seduzione del concetto di "senso" che ha invaso musei e gallerie. In molta dell'arte attuale, vissuta come annuncio, come scena portatrice di senso e non come sostanza in sé, l'evento viene espresso e rappresentato confidando esclusivamente sul significato di quanto e di come l'opera viene esposta, tralasciando ai soli fini calligrafici le modalità di scrittura della scena.
In Tibadi, invece, c'è un rovesciamento perché la scena rappresentata ricava forza emotiva più dalla scrittura che dal significato. Se da un secolo il percorso dell'arte ha inseguito le logiche del teatro, ora, fortunatamente, si inverte la rotta.

Molta strada si deve fare, ma è necessario uscire dalle allucinazioni delle "narrazioni", nelle quali raccontare senso non ha bisogno di una particolare scrittura. Nella politica attuale, per esempio, quelle che vengono chiamate narrazioni stanno svuotando ogni riferimento al reale, sprofondandoci in un relativismo senza confini destinato a liberare la parte peggiore dell'umanità.
Solo riconquistando la scrittura, che è l'insieme delle tracce del reale, si potranno ricomporre quei valori estetici che, nel mondo occidentale, sono portatori anche di quelli morali.

Link utili:
- http://www.eugeniotibaldi.com/it/
- Su antiTHeSi.info - Estetica dell'abuso di Sandro Lazier

mercoledì 29 maggio 2019

La situazione politica del paese - di Paolo Virzì



Sul Foglio del 28/05/2019 Paolo Virzì espone la sua opinione sulla situazione politica del Paese, lato 5 stelle.

Dice Paolo Virzì, regista, livornese con residenza a Roma, quindi “in esilio” come un altro livornese Simone Lenzi, di cui peraltro è amico (solo che uno sta nella Capitale l’altro, fedifrago, nel Pisano), insomma dice Paolo Virzì che aveva ragione lui. I suoi amici “de sinistra” lo sfottevano quando li metteva in guardia sui Cinque stelle: “Mi davano della Cassandra – spiega al Foglio – quando io dicevo ‘guardate che questi sono fascisti’. Oh, purtroppo ho avuto ragione: sono fascisti per davvero! Mobilitare le persone utilizzando l’odio, il disprezzo, sulla base di un mantra motivazionale – ‘non è stata colpa tua ma degli altri’ – come nei rehab per gli alcolisti anonimi. Funziona su quelle persone che si sentono tagliate fuori, escluse, fragili.
“Molti elettori del M5s sono persone che si sono sentite escluse e frustrate, scatenano la loro rabbia quando scrollano la loro timeline”.
Ed è sostanzialmente una tecnica parafascista, era chiaro fin da subito. Il disprezzo per la cultura e per gli artisti sono un classico della predicazione fascista e nazista goebbelsiana. E a Grillo, che è un comico – anche se non mi fa ridere dal 1982 – ogni tanto scappa di bocca quella mezza verità propria dei giullari: ‘siamo dei nazisti light’, disse lui ridendo. Quelle tecniche di mobilitazione del consenso sono tipicamente naziste, goebbelsiane. E’ bastato sostituire gli ebrei con i negri e gli intellettuali ‘della casta’. Questa narrazione potentissima funziona, ma sono stati poco accorti ad allearsi con qualcuno più spregiudicato di loro, che va a toccare le corde del fascismo antropologico, razzista, maschilista, quello intimo e naturale degli italiani”.
Ben rappresentato, dice Virzì, dalla “miseria umana di Alessandro Di Battista, il peggior scrittore del mondo. A Hollywood danno non solo gli Oscar per i film più belli ma anche i Razzie Award per quelli più brutti. Ecco, se ne esistesse uno per la scrittura lo vincerebbe Di Battista, con la sua prosa a metà fra la retorica adolescenziale e il narcisismo patologico e mitomane, senza un briciolo di controllo, senza l’ombra di ironia, di consapevolezza del tono: il vuoto totale. Il video dove con la fidanzata annuncia la restituzione della liquidazione è un capolavoro di melensaggine fasulla, fa ridere ma mette anche i brividi per il cattivo gusto. Ecco per esempio questo signore dice che antifascismo e fascismo sono cose del passato; chi ha invece un briciolo di confidenza con la storia del nostro paese sa che il fascismo è la condizione naturale del nostro paese, ‘una malattia morale’, diceva Croce, ‘l’autobiografia di una nazione’, aggiungeva Gobetti. L’antifascismo è stato l’antidoto praticato da una minoranza virtuosa, grazie alla quale abbiamo aspirato a una possibile guarigione. I partigiani erano qualche migliaio di persone e hanno culturalmente vinto, ma non è mai stata una conquista consolidata, non siamo diventati tutti antifascisti di colpo. E’ stata l’aspirazione di essere migliori di quella cosa ridicola e tremenda che eravamo stati e che siamo. La nostra natura è fondamentalmente fascista e chi lavora con gli umori della rete lo sa bene. I dententori del sentiment della rete e chi usa le tecnologie per fare propaganda tengono bene a mente questa cosa. Roberto Saviano scrive un tweet e la gente gli risponde che deve morire o che gli devono togliere la scorta. Riflessi del nostro squadrismo naturale, direi organico e biologico”.
“Mi rivolgo a chi da sinistra li ha votati: abbiate il coraggio di dire che avevate voglia di un tocco di nuovo fascismo”
Ma tutto, ripete sempre Virzì, era chiaro fin dall’inizio. “Non c’era bisogno di Salvini che governa i traffici migratori con i tweet per accertare una cosa che era chiara fin da subito: si tratta di fascismo. E’ stato il fascismo a indebolire i corpi intermedi e a prendersela con le fasce deboli del paese. E’ stato il fascismo a mobilitare la rabbia delle persone. E’ la nostra storia. Poi, certo, ci sono elementi di cretinismo naturale. Si è avverata la profezia di Fruttero e Lucentini. La prevalenza del cretino. La rivolta del cretino che perfettamente si sposa con la mediocrità italiana. Molti elettori del M5s sono persone che si sono sentite escluse e frustrate, scatenano la loro rabbia quando scrollano la loro timeline. Sono personcine, impiegatucci, baby pensionati, falsi invalidi che non vedono l’ora di non sentirsi più in soggezione verso nessuno. Che sia Saviano o Sergio Mattarella. Ho tanti amici di sinistra che hanno votato per i Cinque stelle. Mi rivolgo a loro: abbiate il coraggio di dire che avevate voglia di fascismo; è rincuorante e galvanizza. Ha pure gli inni, le marce, le canzoncine”.
“I cinque stelle si trovano in una posizione che non meritano. E’ una commedia: io ci vedo la rivincita e la vendetta di una società mediocre”
In Italia, dice Virzì, “è stato creato un racconto deformato della realtà, al quale hanno contribuito in tantissimi. Dai costituzionalisti per il No del 4 dicembre agli autorevoli commentatori del Corriere della Sera. Hanno dipinto l’Italia come una fogna. E’ stata la madre di tutte le fake news, e cioè che bastasse chiunque pur di sostituire questi ‘criminali’ e questi ‘mafiosi’ che stavano governando l’Italia. I primi risultati sono arrivati nelle realtà locali, dove sono state indebolite le istituzioni e dove hanno fatto fare un passo indietro drammatico alla cosa pubblica. Su internet gira questo video beffardo. All’inizio si vede Virginia Raggi che nel 2013 va in un parchettino vicino casa sua ed esibisce tre pezzettini di vetro e una cornice di legno, mostrandoli con dovizia di particolari. Sul finale del video si vede com’è oggi il parco, cioè una discarica, una giungla impenetrabile con sorci e vipere. Nel mio quartiere, all’Aventino, ormai la raccolta dell’immondizia la fanno i benestanti che mandano i loro camerieri a portarla via. Dove governano i Cinque stelle il servizio pubblico è insomma venuto meno. A Livorno uguale: la gente va a curarsi a Pisa. Il risultato è che sparisce il welfare, che è l’unica cosa di sinistra in questi tempi difficili. Lo stato sociale. I servizi, la scuola. Gli aiuti per gli svantaggiati. I Cinque stelle con la loro retorica gentista hanno fatto arretrare le istituzioni e il risultato è che i più poveri e i disagiati, come dicono a Livorno, ‘la pigliano ner culo’”.
Quello del M5s, dice Virzì, è “un progetto di presa del potere che ha garantito a tantissimi ragazzi un’occupazione che non avevano. Il M5s è anche una straordinaria agenzia di collocamento. Ho sentito con le mie orecchie mamme apprensive per il futuro dei loro figli zucconi a scuola, suggerire: ‘Ma perché non ti candidi con i 5 stelle? Tanto i rimborsi mica devi restituirli tutti…’. Ecco, in un paese in cui l’ascensore è bloccato questa prospettiva può essere appetitosa. Quanti sono tra consiglieri comunali, regionali e parlamentari? I Cinque stelle hanno realizzato una specie di miracolo italiano. Naturalmente a spese della verità. Per merito di una macchina formidabile, che lavora sporco grazie alle bolle consolatorie di Facebook che mettono in connessione pensionati e casalinghe disperate, e che dà la polvere agli strumenti tradizionali e di mobilitazione politica, i Cinque stelle si trovano oggi in una posizione che non meritano. E’ una commedia all’italiana: io ci vedo la rivincita e la vendetta del mediocre. L’ho visto in piccolo a Livorno: tutti quelli che andavano male a scuola improvvisamente oggi hanno delle cariche pubbliche. Il M5s è questo: è la rivincita di quelli che andavano male a scuola”.
Racconta Virzì: “I primi tempi che ho avuto a che fare con il M5s mi sembravano un movimento antiberlusconiano più radicato; dei girotondi più sboccati. Lo sentivo sui temi che mi sembrano importantissimi e riguardano l’ambiente e la sostenibilità dei processi industriali. Poi mi è capitato un episodio che mi ha turbato. Nel 2013, quando ero il direttore del Torino film festival, conferimmo il premio alla carriera a Carlo Mazzacurati. Un uomo profondo, mite, gentile. Sapevo che stava morendo di cancro e con sua moglie ci rendemmo conto che non avrebbe fatto in tempo a vedere l’uscita del nuovo film cui aveva lavorato. I Cinque stelle di Torino chiesero a Mazzacurati, come avevano già fatto con Ken Loach l’anno prima, di non ritirare il premio in solidarietà con certe proteste dei lavoratori dei servizi assunti dall’organizzazione per il festival. Da direttore assicurai la massima visibilità a quei lavoratori, che non avevano tutti i torti visto che erano sottopagati, come accade in tutti i festival. Succede a Venezia, a Cannes. A Carlo, che era una persona delicata e mi chiese cosa fare, io dissi: ‘Ci penso io a dare ascolto e palcoscenico a queste persone, ma il premio prenditelo, te lo meriti’. Ecco, un senatore del M5s ricoprì Carlo di insulti.
“Mi davano della Cassandra quando io dicevo ‘guardate che questi sono pericolosi. Purtroppo ho avuto ragione: lo sono davvero!”
E dire che era un senatore pagato dai cittadini, non un povero sfigato senza altri mezzi per farsi sentire. Mi colpì la violenza squadrista di quell’iniziativa, di un movimento all’epoca ancora minoritario. Sentii subito odore di fascismo. Era il 2013. In questi anni mi sono beccato shitstorm su internet, mi hanno bucato le gomme della bicicletta e al mercato della Garbatella con mia moglie sono stato assaltato con urlacci. C’era un loro gazebino, mi hanno urlato ‘Virzì ridacci i finanziamenti pubblici!’. Sono stati convinti dai loro spin doctor che lavorano nella comunicazione che nella sede del Pd c’è un grande ufficio dove si finanziano i film. ‘I film te li ha finanziati Renzi!’, mi gridavano. Ora, io capisco che chi è stato deluso dai partiti tradizionali, dai sindacati, ha il desiderio di una maggiore radicalità, di fare una battaglia viva e di essere rappresentato. Ma non si può non rendere conto che quella roba lì, il M5s, fa parte di un progetto di presa del potere di un’azienda, la Casaleggio Associati, che mobilita interessi non so quanto trasparenti, non respingendo le tecniche peggiori di mobilitazione del consenso attraverso odio, paura e disprezzo. Lo si è visto, appunto, nei comuni. A livello nazionale invece, siccome sono delle pippe, si fanno mangiare da una volpe arruffona di categoria B qual è Salvini. Non c’è da temere il Terzo Reich solo perché non hanno il talento per poterlo mettere in campo. Gli manca Hitler, hanno solo mediocri arrampicatori. Quindi, dico ai miei amici e compagni che per delusione hanno votato 5 stelle: svegliatevi. Prendetevi le vostre responsabilità. Non è sempre colpa degli altri, spesso è colpa nostra. Si torni a parlare la lingua della civiltà, che si contrapponga a questo fanatismo che sta devastando le persone, a questo rigurgito di fascismo e di razzismo che tira fuori il peggio della nostra antropologia. Prima ribolliva ma si vergognava di manifestarsi. Se queste persone di sinistra sono stati solo ingannati, si sfoghino con un bel pianto liberatorio, avranno la nostra comprensione. Ma se sentiremo ancora ripetere la tiritera magica che ‘è colpa del Pd, di Soros, dei signori dello spread’, allora sono corresponsabili del degrado di questo paese”. Beh, Marco Travaglio lo dice sempre che è colpa del Pd se c’è il governo Conte. “E’ una tecnica, si chiama capro espiatorio. Funziona bene. Un giorno magari riguarderemo cosa è successo negli ultimi 4 anni, dal 2014 al 2018, e forse scopriremo che avevamo il miglior governo della Repubblica italiana e che siamo riusciti – mi ci metto anche io – con il nostro fastidio e la nostra suscettibilità, a sminuirlo, ad aprire le praterie a questo nuovo nazifascismo”. Ma quindi era meglio Renzi? “I cicli politici si esauriscono ed è giusto che ci siano dei ricambi. Renzi ha avuto una stagione relativamente lunga stando ai parametri della sinistra, almeno dal post Occhetto in poi. Prima di lui, i leader non facevano in tempo a prendere confidenza con l’ufficio della segreteria che già dovevano andarsene. Renzi è insomma durato abbastanza. Ora chissà che succederà. Di fronte a questi sentimenti meschini e trogloditi, avrei voglia di essere invaso da tutti questi africani forti, giovani, temerari. Solo che purtroppo l’invasione non c’è, contrariamente a quel che dice Salvini, perché abbiamo allontanato i problemi in modo in fondo molto pragmatico e cinico, accordandoci con malviventi libici. Ma continuo a sperare in una futura invasione. Siamo diventati un popolo brutto, triste, meschino, ignorante, con un crollo demografico totale, destinato quindi a estinguersi; non resta che sperare nell’energia di questi popoli che col loro dolore e la loro forza possono solo migliorarci”.

Devo ammettere che mi diverto - di Ugo Rosa



Uno dei temi più interessanti e curiosi di questo momento politico, che io ritengo eccezionale nel senso della eccezione, riguarda i tanti voti raccolti da un partito che fino a ieri ha violentemente disprezzato il sud del nostro paese.
In questo testo, tratto da un post di Ugo Rosa sulla sua pagina Facebook, è possibile avere una singolare ed acuta risposta.

"Devo ammettere che mi diverto.
Che c’è da ridere?
L’amaro stupore di quei progressisti che, svegliandosi, hanno scoperto che la Lega Nord, in Sicilia, è il secondo partito con un sonoro 20,74 per cento dei votanti.
Vero è che sette siciliani su dieci (e io tra questi) non sono andati a votare, ma è mia convinzione:
1) che se i siciliani fossero andati a votare in massa quel 20 per cento sarebbe diventato un meraviglioso 50.
2) che anche così 320.000 nordafricani hanno votato Padania e la cosa permane esilarante come una battuta di Groucho Marx.
Esilarante non vuol dire, però, stupefacente.
MI chiedo infatti (e lo chiedo agli stupefatti): cosa c’è di sorprendente nel fatto che degli schiavi, discendenti di schiavi e figli di schiavi siano schiavi a loro volta e in ogni fibra?
Perché mai vi sorprende che lo schiavo si abbassi i calzoni appena se ne presenta l’occasione?
E’ quello che fa da secoli.
Dovrebbe sorprendervi, semmai, il contrario.
Ma, si lagnano questi amici, perché lo schiavo preferisce un flaccido cretino travestito da celta piuttosto che il solito capobastone locale (uno di Forza Italia, o del Pd) imbecille anche lui e spesso delinquente, ma almeno vicino di casa, con coppola e marranzano?
Perché mai, pur disponendo di un’ampia e variegata scelta di ingroppatori locali, questa schiatta di bestie da soma i calzoni se li abbassa per uno che se la incula dalla Padania con la prolunga?
Questo, è vero, richiede una breve riflessione.
Non voglio farla lunga con la politologia e mi limiterò alla più elementare contabilità antropologica. Il siciliano che ha votato per Salvini si è fatto solo due conti col pallottoliere in base alla sua storia e al suo albero genealogico. Ha tirato la linea e, memore del negro Stephen di Tarantino, peggiore del peggiore padrone bianco, ha concluso che forse, tutto sommato, è meglio un padrone che, con la Sicilia, non ci ha niente da spartire. Uno che si affiderà, per sfruttarla al meglio, ai caporali e alle loro reti clientelari già bene assestate ma se ne starà lontano. Uno che, in fin dei conti, li lascerà macerare nei loro propri escrementi. E non ci vuol molto a profetizzare che, alle prossima elezioni, i cari siciliani saranno maturi per mettersi da soli il guinzaglio padano.
Questo li giustifica? No. Ma testimonia un’atavica miseria umana, intellettuale, morale e certifica il loro permanere schiavi.
Perché la logica dello schiavo (Franza o Spagna purché se magna...) vuole che un padrone “diverso” e lontano sia sempre meno peggio di un padrone simile e vicino.
E’ una logica discutibile? Certo. Ma secoli di schiavitù, carissimi, non si cancellano con un colpo di spugna. La Sicilia è quello che è. Non quello che gli amici progressisti vorrebbero che fosse. Se questo portasse a farla finita con la mitologia dell’isola pronta al risveglio e alle marce per la legalità, insomma, sarebbe già tanto…ma è speranza vana.
Perciò, cari, lasciatemi divertire..."

Mi presento




Mi chiamo Sandro Lazier e abito a Piobesi d'Alba.
Sono titolare di uno studio e mi occupo professionalmente di architettura e arte.
Da circa vent'anni sono anche direttore di una webzine di citica dell'architettura, www.antithesi.info, riconosciuta essere il primo blog italiano presente sul web per questa disciplina. Ho scritto anche libri e articoli su varie pubblicazioni di settore e alcuni miei progetti sono apparsi su varie riviste di architettura.

Quest'anno, in occasione delle ultime elezioni comunali del paese dove abito, mi sono candidato a sindaco, ma ho perso sonoramente. Avendo criticato i lavori di riqualificazione dell'area centrale, che il paese attendeva da vent'anni e, conseguentemente, al fine di cambiare quello che secondo me era un errore grave, ho pensato di mettermi in gioco in prima persona. Perdendo, malgrado l'impegno profuso e la serietà della squadra che avevo ingaggiato. Ha vinto una lista, senza offesa, con non molte doti e competenze, e sicuramente poco attenta ai temi culturali che non siano quelli legati al tradizionalismo cattolico.
Ad esser sincero, credo d'esser stato anche molto ingenuo. Di questi tempi, infatti, era certamente possibile prevedere che le ragioni pratiche, che si riscoprono in tutta la loro trivialità nel detto "fatti, non parole", avrebbero avuto un primato rilevante. Quindi ho deciso di cambiare bersaglio, spostando l'impegno verso un contesto più ampio e sicuramente preparato.
Considerando la situazione politica attuale, che ritengo orrenda essendo un vecchio radicale pannelliano, credo che l'unica possibilità di riscatto d'un poco di civiltà e d'umanità possano arrivare solo da un impegno costante. Un riscatto culturale, che intendo realizzare proponendo scritti e interventi che possano produrre dialogo e confronto, che siano occasione di discussione su temi generali e particolari.

Un'acuta e importante riflessione di Vilma Torselli

Sempre in tema di arte voglio riportare il commento di Vilma Torselli ad un articolo apparso su antiTHeSi.info il 27 luglio 2011 dal titolo...