lunedì 16 settembre 2019

Destra o Sinistra?



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Gli ultimi avvenimenti politici nazionali hanno riproposto un tema che sembrava svanito nella nebbia del populismo dilagante contemporaneo. È bastato, infatti, uno scellerato colpo di testa d'uno dei protagonisti di questa grottesca stagione politica per mandare in frantumi tutto il castello teorico che considerava definitivamente chiusa la concezione capitale di ogni geografia politica, ovvero la collocazione degli schieramenti all'interno dell'emiciclo parlamentare: destra e sinistra.
Rivendicando un regime post-ideologico, indifferente alla collocazione tradizionale degli schieramenti politici, abbiamo assistito da parte del maggior partito italiano al più grande sbandamento a destra della storia repubblicana del nostro paese. Questo è avvenuto anche se il pericolo di viaggiare senza una bussola avrebbe dovuto suggerire che, senza sapere dove ci si trova, è difficile capire dove si sta andando e, quando lo si capisce, probabilmente ci si è già persi.
Dai tempi della rivoluzione francese, attraverso la sua legittima ambizione di far decidere le persone per natura e non per ceto, istanze e risposte sociali hanno trovato posto nella parte destra ed in quella sinistra del luogo destinato al dialogo e al confronto pubblico, ovviamente opponendosi, favorendo l'aggregazione di quei pensieri che più si assomigliano per sensibilità e costituzione.
Al di là delle differenze che i vari partiti politici rivendicano, sempre nella nobile ambizione di favorire il bene comune, la diversa natura di queste sensibilità può avere, come storicamente ha avuto, esiti incolmabilmente distanti ed ostili, che solo una razionale comprensione e un reciproco riconoscimento dei rispettivi valori ideali può dispensare da un inevitabile scontro fisico.
Il principio, infatti, che contare le teste sia meno doloroso che rompersele a vicenda, di einaudiana memoria, resta, malgrado gli aggiustamenti dei secoli, il fondamento concreto di ogni democrazia.
Destra e sinistra sono quindi luoghi più fisici che ideali.
Luoghi dove, per paradosso, in caso di scontro, si cercherebbe di trovare i possibili alleati. Luoghi nei quali, per quante siano le diversità, esiste comunque una ragione ultima per cui ci si può sentire schierati da una sponda anziché dall'altra del problema.
Lo scontro, dunque, appare come l'unico evento capace di definire in ultima istanza ogni personale geografia politica; la qual cosa consegna ad in criterio di relatività i concetti di destra e sinistra.
Ogniqualvolta, infatti, venga a determinarsi un conflitto, anche all'interno di uno stesso gruppo o partito o parte di esso, malgrado lo stesso appartenga dichiaratamente ad una formazione parlamentare definita, in essa si potrà riconoscere uno schieramento di destra ed uno di sinistra.
Sembra, in effetti, che dentro ogni persona agisca un preconcetto in grado di condizionare ogni decisione etica, indipendentemente dal contesto nel quale la stessa viene a determinarsi. Questa sorta di imprinting è parte del patrimonio intellettuale di tutte le persone. Quanto la sua formazione sia d'origine culturale, e quanto appartenga invece alla genetica, credo resterà un mistero, mentre conoscerne la natura potrebbe aiutare la comprensione e il dialogo tra pensieri anche molto diversi.

Norberto Bobbio, nel suo famoso saggio “Destra e Sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica” coglie principalmente la natura della differenza di schieramento politico tra destra e sinistra nel concetto di uguaglianza. Termine non banale che, riconoscendo le diversità tra gli individui, pur nella universalità dei loro diritti– e riconoscendo il valore della diversità e della complessità quali ricchezze collettive – l'autore considera come limite ideale a cui tendere e non come valore assoluto da perseguire sul cadavere delle libertà personali.
Queste sono le sue parole: «[…] si possono chiamare correttamente egualitari coloro che, pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali che diseguali, apprezzano maggiormente e ritengono più importante per una buona convivenza ciò che li accomuna; inegualitari, al contrario, coloro che, partendo dallo stesso giudizio di fatto, apprezzano e ritengono più importante, per attuare una buona convivenza, la loro diversità». «[…] è proprio il contrasto tra queste scelte ultime che riesce, a mio parere, meglio di ogni altro criterio a contrassegnare i due opposti schieramenti che siamo abituati […] a chiamare sinistra e destra».
Per Bobbio la sinistra è fondamentalmente egualitaria, che non vuol dire egualitarista: «Il concetto di uguaglianza è relativo, non assoluto». Egualitaria nel senso che tende a risolvere i conflitti riducendo le disuguaglianze, secondo un sentimento di giustizia innato nell'essere umano; egualitarista nel senso che pretende ideologicamente l'eguaglianza di tutti, su tutto e in tutti.
La destra, per converso, secondo questa logica è più inegualitaria, nel senso che pone il beneficio dato dalle differenze esistenti tra gli individui come irriducibile e superiore rispetto al senso di giustizia che li vorrebbe omologare. La destra, secondo questa lettura, tende a risolvere i conflitti trascurando le disuguaglianze o tollerandole a vantaggio di una maggiore libertà individuale.
È importante osservare come solo mediante il conflitto sia possibile individuare l'esatta collocazione del proprio reale sentimento politico.
Indipendentemente dal gruppo, famiglia o partito cui si appartiene, solo uno scontro concreto riesce a manifestare la natura profonda del nostro essere. Solo una situazione limite può verificare l'essenza dei nostri limiti.

Data questa condizione d'animo pre-cosciente, credo sia lecito domandarsi se le convinzioni politiche che ne discendono dipendano totalmente dalla costruzione culturale che le ha originate; oppure, per inverso, se non sia la condizione stessa ad aver generato l'impianto culturale che sostiene le convinzioni politiche.
La domanda quindi è: di destra o di sinistra, si nasce o si diventa?
La mia opinione è che le due ragioni convivano nello stesso individuo, ovviamente in misura diversa ed in proporzioni diverse. Gli umori e le condizioni sociali di ogni persona negli anni trovano il modo di destinarla geograficamente nello schieramento politico a lei più affine. Sicuramente, quel che non muta è l'imprinting che, al pari d'un dato biologico, ci fa stare da una parte o dall'altra della barricata quando ci troviamo in condizioni estreme. Esso dichiara se la nostra naturale tendenza è quella di sentirci parte di una comunità aperta alla diversità ed alla conoscenza, oppure d'essere partecipi d'un gruppo chiuso da difendere e tutelare rivendicandone il privilegio della peculiarità.
Riformisti e conservatori hanno origine da questa semplice dualità.
Da questa considerazione deriva che, mentre la costituzione egualitaria, di sinistra, tende ad essere inclusiva, l'altra, quella di destra, tende ad essere esclusiva.
Mentre la prima tende a costruire ponti, la seconda tende a costruire muri.
Mentre la prima tende al cosmopolitismo della cultura e alla ricerca di ciò che accomuna gli individui, la seconda tende alla particolarità e all'esaltazione delle differenze, elevando queste ultime da condizione di ostacolo alla convivenza a valore singolare da salvaguardare, al pari del clima, del paesaggio e delle specie arboree e animali.
Ma, secondo me, c'è un problema.
La biodiversità rappresenta certamente un valore necessario per la sopravvivenza naturale del pianeta; ma, se tale virtù viene calata banalmente nell'ambito della cultura e della politica, rischia di procurarne la fine.
Nel mondo naturale - che, infatti, è un mondo incosciente - tutto è svolto all'interno di una competizione totale ed estrema, senza nessuna mediazione intellettuale che possa pretendere un armistizio tra le specie in competizione.
Nel mondo cosciente, invece, che è quello degli uomini e delle loro idee, tutti devono infine confrontarsi con la consapevolezza generale di appartenere ad un destino comune.
Questo destino pretende che tutti gli esseri umani, nel rispetto delle loro differenze fisiche ed intellettuali, concorrano al mantenimento ed alla tutela della casa comune.
Esito, questo, che solo la pacifica convivenza tra gli abitanti può garantire e che rappresenta la finalità principale della politica nel suo senso più alto. Il confronto tra le parti, quindi, nella dimensione macro-politica, dovrebbe avvenire sulle soluzioni da adottare e non sulle finalità universalmente condivise, preservando in tal modo i principi generali che fondano la costruzione della nostra civiltà nella storia.
Quando si dimenticano tali principi, ovvero si dimentica l'universalità dei valori che costituiscono il confine etico invalicabile di ogni persona, e si pensa soltanto al benessere d'una parte dell'umanità - anche riconoscendo al proprio interno tali diritti inviolabili ma limitatamente al solo gruppo di appartenenza - si esce dall'ambito generale della politica, intesa come cosa pubblica (res publica), per entrare di fatto in una dimensione privatistica del bene collettivo. E questo avviene anche in contesti nazionali e perfino minori, quando si scambia il volere d'una maggioranza di gruppo per quello di tutta la sua popolazione. E dove c'è privato, fatalmente, c'è necessità d'un padrone, che in politica si chiama leadership.
L'idea di nazione, motore del sentimento di appartenenza ad un'entità statistica definita principalmente da confini geografici, nata storicamente a servizio di poche famiglie regnanti, fino alle rivoluzioni americana e francese ha ispirato e retto ogni teoria sulla gestione del potere e sulla legittimità dei suoi privilegi di casta. Teoria che ancora oggi sostiene gli ideali di coloro che propongono il primato delle sovranità nazionali, auspicando la chiusura verso tutte le contaminazioni esterne al proprio ambito sociale e culturale.
Tema, questo, molto attuale, che vede le odierne destre “sovraniste” ambire al ponte di comando. La nazione, infatti, per costoro, pare essere l'unico totem teleologico al quale riferire il benessere collettivo, ponendo l'esaltazione della nazione sopra e prima d'ogni altro valore comune.
L'avversione verso le aperture degli scambi ne è l'espressione più evidente.
L'avversione verso le imprese che hanno strutture sovranazionali, tanto forte da reintrodurre dazi e strumenti di protezione interna, ha come scopo la tutela del benessere locale, circoscritto ad ambiti sempre più ristretti, settari e faziosi, ben sapendo che i benefici sul piano globale che l'apertura dei mercati ha prodotto sono grandemente superiori, sul piano etico, al relativo sacrificio richiesto ai paesi più fortunati.
Se è pur vera l'obiezione, infatti, che sacche di povertà estrema si annidano e crescono anche all'interno degli stati più ricchi ed evoluti, la responsabilità di questi squilibri, come sostenuto da studi economici recenti, non va addebitata all'apertura dei mercati ma alla cattiva redistribuzione della ricchezza interna di ogni paese. Nessuno, infatti, può negare lo scarto spropositato tra la ricchezza dei paesi appartenenti al
G8 e gli ultimi del pianeta, che sono circa un terzo della popolazione mondiale, che devono sopravvivere, quando ci riescono, con meno di un dollaro al giorno a persona. Per questa ragione credo che occuparsi delle ragioni della povertà del proprio ambito riguardi soprattutto la distribuzione della ricchezza tra le varie classi sociali, mentre pretendere, per ragioni demagogiche, un'analogia o un confronto con le parti di mondo ancora ridotte alla fame appaia perlomeno irriverente se non ingiurioso.
Altro tema sono le conseguenze di quello che viene definito dal mondo dell'economia col termine
globalizzazione, che vengono addebitate impropriamente ad un'improvvida apertura dei mercati. Anche in questo caso, il peccato originale sta nella mancanza di strumenti sovranazionali coraggiosi che possano competere con la dimensione planetaria delle aziende maggiori, alcune addirittura più ricche e potenti di molti stati sovrani, anche molto evoluti. Ovviamente, l'adozione di tali strumenti necessita dell'abbandono di vincoli protezionistici nazionali, in tal modo favorendo la permeabilità dei mercati in entrata ed in uscita e il bilanciamento dei prezzi al consumo; ma favorendo, soprattutto, la forza contrattuale per imporre limiti e regole che salvaguardino i singoli paesi da una indifferibile e altrimenti ineludibile sudditanza economica.

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Ho volutamente introdotto il tema della globalizzazione perché al suo interno è possibile riconoscere critiche provenienti da destra e altre da sinistra.
Concetti come la sacralità dei confini e la conseguente necessità di costruire muri a sua difesa sono riferibili alle destre in tutto il mondo e in tutti i tempi. Senonché i muri bloccano il transito in entrata, ma anche in uscita, dove molti imprenditori, anche quelli che sostengono la politica delle barriere, hanno necessità di transitare le loro merci. Se da un lato la chiusura può proteggere la produzione indigena dalla concorrenza esterna, non c'è ragione per cui le nostre merci, per le nostre stesse ragioni, debbano poter essere invece accettate da chi sta oltre i nostri confini.
Quindi, la creazione di un regime esclusivo, chiuso verso l'esterno, se rimane un concetto fortemente ispirato da un pensiero di destra, può contenere al suo interno molti soggetti che invece aspirano all'apertura, che è sostanzialmente un pensiero di sinistra.
Parimenti, nel mondo della sinistra, esistono larghe frange di resistenza all'apertura dei mercati, palesemente schierate contro l'internazionalizzazione della cultura e delle idee, tradendo in tal modo un atteggiamento tipico della destra.
Lo stesso vale per il concetto della conservazione e del recupero dei valori tradizionali contro il pensiero unico dell'internazionalismo, tipicamente riferibile alla destra ma, negli ultimi trent'anni, portato come bandiera dall'intellettualismo di sinistra.
Altro esempio riguarda la cultura alimentare. Molti anni fa nacque, proprio qui nella mia regione, un movimento indipendente che promuoveva un'alimentazione tradizionale in contrasto con le mode alimentari proposte dalla grande distribuzione. Un'iniziativa tutta interna a personaggi riferibili al mondo della sinistra, pur essendo lo spirito conservativo e fondamentalmente reazionario tipico delle idee di destra. La teoria autarchica che viene proposta è arrivata recentemente a teorizzare il consumo dei prodotti agricoli locali, nei quali venga annullata la distanza tra produttori e consumatori, stabilendo il primato del valore territoriale rispetto a quello della qualità intrinseca del bene. Una famosa azienda di promozione dei prodotti italiani, dovendo piazzare il meglio della produzione agricola nazionale all'estero, si scontrò ovviamente con la teoria suddetta, incontrando l'evidente paradosso di dover vendere a distanza prodotti che proprio della lontananza del consumatore chiedevano l'annullamento.
Il paradosso, in questo caso, non poteva non creare divario tra i due soggetti, pur conservandoli all'interno di una dichiarata partecipazione dell'idea di sinistra.

Ho riportato questi esempi molto pratici per mettere in luce quanta comunanza di sentimento e sensibilità ci possa essere pur appartenendo a schieramenti ufficialmente opposti. Questo fatto, inoltre, dimostra che, come sostengono posizioni ideali oggi largamente condivise, i problemi non sono né di destra né di sinistra, ma non per questo credo che siano spariti o debbano dissolversi pensieri e sensibilità di destra e di sinistra.
Esiste, infatti, un modo di affrontarli che è di destra ed un modo che è di sinistra, i quali a volte, come detto, convivono nello stesso gruppo se non nella stessa persona.
Dichiarare il superamento di posizioni così tanto radicate nelle persone è sicuramente un errore superficiale che tradisce la natura retorica e populistica di coloro che la propugnano.
Nel lungo cammino della civiltà (che personalmente faccio fatica a considerare esclusivamente occidentale) abbiamo assistito a una lenta ma progressiva liberazione ed autodeterminazione degli individui mediante continue conquiste civili, non sempre sociali, con cui si sono costruiti manifesti, proclami e dichiarazioni universalmente condivisibili. Dove queste hanno trovato applicazione la convivenza è migliorata e la vita di tutte le persone ha acquisito un valore preminente. Queste conquiste, è un dato storico, sono state ottenute con battaglie che intendevano aprire i confini, o del proprio paese, del proprio stato sociale, o semplicemente della propria esperienza umana; quindi battaglie fondamentalmente di sinistra, malgrado sia state combattute anche da persone che si consideravano convintamente di destra.
Diciamo infine che pretendere di abbandonare i concetti ideali di destra e sinistra considerandoli superati, conviene soprattutto al pensiero di chi appartiene fondamentalmente e profondamente alla destra conservatrice.

mercoledì 31 luglio 2019

Storia e memoria

[su antiTHeSi.info - Storia (5)]

Disegno di Mordillo

C'è stato un periodo abbastanza lungo della nostra recente storia nel quale il pensiero è stato così debole d'aver perso il senso del ridicolo.
È il periodo che per gli storici va sotto il nome di Postmoderno, che dalla metà degli anni settanta del novecento, periodo in cui il filosofo francese Jean-François Lyotard concepisce e pubblica La condition postmoderne, si trascina fino oltre la fine del secolo.
L'esito finale di questo melodramma, grave ma non serio, lo stiamo vivendo nella situazione politica e morale attuali, che non provano nemmeno la vergogna della propria disumanità.
Quando, nei primi anni ottanta, il concetto di memoria ha cominciato a sostituire quello di storia – storia intesa come sistema coerente di fatti ed azioni teleologicamente determinate ad ottenere un esito ideologico – prima in filosofia e poi in architettura, tale concetto ha iniziato un'opera di distruzione dalle fondamenta dei principi che hanno ispirato il movimento moderno della prima metà del novecento.
Favorire l'esaltazione e il primato di un concetto culturale come la memoria, concetto d'uso e riferimento preminentemente personali che la teoria postmoderna iscrive erroneamente non più ai soli individui ma alla collettività, se inizialmente gratificava una diffusa avversione alla omologazione d'un pensiero unico ed esclusivo (il concetto di verità escludendo per logica ogni tesi contraria o difforme) sul piano filosofico prima, e su quello architettonico dopo, col tempo assisteva inerme alla progressiva decadenza delle idee che sostenevano ogni trasporto dal piano personale della memoria a quello collettivo. Senza i limiti e i paletti della logica rigorosa, che sola può essere strumento di condivisione universale, e per questa ragione trascurata dai movimenti post-ideologici, ogni teoria tende, per natura, come tutte le cose del mondo, al degrado. Tende quindi, esauriti i proclami e gli entusiasmi degli albori, ad alimentarsi da fonti sempre meno nobili ed attendibili, nel nostro caso riferendo l'oggetto della memoria a periodi e situazioni intellettualmente poco interessanti e vagamente convincenti. Quando ognuno si crede legittimamente autorizzato a innalzare la propria esperienza tribale al piano della verità storica , gli esiti collettivi saranno sicuramente mediocri e non veritieri rispetto all'idea di storia quale ci è stata tramandata dagli storici di professione. L'idea di localismo, se da un lato può fornire spunto per una riflessione sul valore della diversità quale motore d'evoluzione, dall'altro, se isolata da un contesto universale e idealizzata come simbolo di appartenenza autonoma ed esclusiva, non può che ridursi ad un malinconico totem a difesa d'una pseudo-identità traballante.
L'esaltazione della memoria produce, quindi e infine, l'irrisione della storia. Diviene parodia tragicomica del potere, incurante delle sofferenze che ha causato nel suo farsi racconto.
Ci sono due aspetti della storia che non andrebbero mai dimenticati. Il primo è quello che la vicenda storica ci riguarda tutti personalmente, per discendenza, perché qualsiasi momento passato che noi possiamo rileggere o immaginare, già in quel tempo viveva un nostro antenato. Il secondo è che, se siamo qui a parlarne, noi siamo sopravvissuti a quei momenti, e quindi, per tal ragione, la narrazione storica non può essere per noi un modello da seguire ma un esempio da evitare. La storia, in quanto realtà deducibile da fatti certificati e da testimonianze autentiche, non può dirci cosa dovremo fare, ma può dirci cosa NON dovremo fare.
Per questo, compito principale degli storici, è proteggere la storia dagli assalti della memoria. Compito che dovrebbe essere anche quello degli architetti, perché l'architettura è arte pubblica, motore di consenso.
Non va mai dimenticato che l'architettura, che l'uomo vive e frequenta, forma le coscienze più d'ogni altra arte. L'attenzione enfatizzata verso qualsiasi edificio delle tradizioni costruttive locali, oltre a pretendere la propria conservazione documentale, ha preteso di determinare i contesti che hanno dato luogo a intere parti urbane, secondo una banale idea di ambientamento che ha confuso l'architettura con la scenografia. Privilegiare i rapporti esterni rispetto alla libera distribuzione degli spazi vissuti, ha riportato l'architettura alla manualistica ottocentesca, costringendola dentro schemi elementari desueti.
Ma il danno principale è stato quello relativo al linguaggio, preteso ed imposto secondo criteri di omologazione e appartenenza. Dialetti che alla fine, dovendo i progetti confrontarsi con le nuove tecnologie costruttive ed le nuove necessità abitative,  sono degenerati nel più farsesco dei gramelot.
L'architettura deve invece abituarci alla diversità, alle differenze, alla tolleranza (che sarà anche una brutta parola ma, in democrazia, è indispensabile). Il contrario del rigore e dell'intolleranza verso la diversità che in questi molti anni hanno riempito la testa e formato le coscienze di quei funzionari che governano il destino urbanistico nazionale.
Hanno sperato di salvare il paesaggio ambientale, ma si son giocati quello umano.

Alessandro Barbero | “Storia e memoria”
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DEL PIEMONTE ORIENTALE DIPARTIMENTO DI STUDI UMANISTICI LETTERE, FILOSOFIA, LINGUE





venerdì 5 luglio 2019

La propaganda è comunicazione deformata

Tra un po' di tempo si avranno le prove della regia che tiene i fili dei due burattini che ci governano. Tutto sta accadendo sul web e sui social.
La società è antropologicamente e storicamente divisa in gruppi omogenei  per cultura e sensibilità, che sfociano nella  condivisione di  opinioni all'interno degli stessi. Questo è il motivo della nascita dei partiti (che vuol dire di parte). Un fenomeno, quindi, che esiste da sempre e che tende ad includere persone con caratteristiche intellettuali e culturali affini, nei limiti fisici dello spazio e del tempo.
Con l'avvento del web, essendo l'informatica strumento di comunicazione che ha come limite il linguaggio e non la condizione  geografica - poiché  non ci si deve incontrare fisicamente - il fenomeno si è ampliato enormemente. Senza limiti fisici, l'appartenenza ai gruppi può assumere proporzioni numericamente consistenti e costituire base per un consenso importante.
Dentro questa logica, diventa possibile drogare un sistema di relazioni sociali naturalmente sconnesso ed esclusivo (che esclude), promuovendo fatti che appartengono sì alla realtà oggettiva, ma amplificati e distorti al fine di produrre una percezione degli avvenimenti allucinata ma condivisa all'interno del gruppo.
L'abilità di chi intende trarre il massimo consenso da questa nuova condizione sta nel tenere i gruppi separati, in modo che non si abbiano elementi di crisi dovuti al confronto esterno. A questo si perviene  difendendo i confini culturali del gruppo con la violenza verbale e la delazione.  Anche questi artifici risalgono agli albori della storia politica ma, grazie alla potenza dello strumento comunicativo, oggi accrescono particolarmente la loro efficacia.
I partiti politici tradizionali sono in crisi perché fondano ancora la loro organizzazione su luoghi fisici e gerarchie costose. La presenza sul territorio, in un mondo in cui informazione e confronto avvengono nell'etere, tra l'altro in tempi reali, senza limiti di spazio e con costi enormemente contenuti, non ha più molto senso. I notiziari televisivi, un tempo fonte di obiettività dell'informazione (anche grazie al controllo di partiti politici antagonisti) oggi pescano e propongono più del 50% delle notizie dal mondo dei social network. Questo ha frammentato anche l'informazione televisiva e l'ha modulata in favore di strategie ibride che, se da una lato hanno necessità di maggiore audience e per questa ragione dovrebbero tendere alla neutralità , dall'altro devono giustificare l'accesso al web e il loro coinvolgimento nella formazione di consenso politico verso un gruppo preciso. Questo  è il vero segnale che occorre un cambiamento sostanziale e strutturale di strategia organizzativa della comunicazione.
Nel web coesistono in un'unica rete mondi separati che non si confrontano ma si scontrano, dove, per avere successo, occorre abbassare il livello della contesa per coinvolgere il numero massimo di persone per poter organizzarne le opinioni, per semplificarle, deformarle e incanalarle verso una linea di conformità collettivamente capita e condivisa da tutti gli appartenenti al gruppo.
In un mondo di massa, si sa, le logiche vincenti sono quelle proposte dal marketing.
Occorre dire che, al confronto col web, il marketing pare stare su un livello qualitativo più evoluto  e meno banale. Ma il web è solo all'inizio e, se si ricorda l'avvento dei prodotti di massa sul mercato negli anni del boom economico, il successo gratificava sicuramente i prodotti di bassa qualità ma anche di basso costo. Nei decenni la qualità media dei prodotti è cresciuta grazie alla concorrenza e al libero confronto. Concorrenza e confronto che, nella condizione attuale, rappresentano il nemico principale di ogni strategia della comunicazione politica di massa vincente.

Sandro Lazier

giovedì 6 giugno 2019

Un'acuta e importante riflessione di Vilma Torselli

Sempre in tema di arte voglio riportare il commento di Vilma Torselli ad un articolo apparso su antiTHeSi.info il 27 luglio 2011 dal titolo Estetica dell'abuso.
L'articolo elogiava la ricerca dell'artista albese Eugenio Tibaldi che allora risiedeva a Napoli. Periodo sicuramente fertile per la ricerca di questo artista/architetto.





Vilma Torselli è architetto, esperta d'arte contemporanea, autrice del sito  

Sandro, mi sono divertita molto a leggere l’articolo ed anche a documentarmi in rete su questo artista, strano personaggio di cuneese trapiantato al sud, che, come tutti gli artisti, gode del privilegio di poter essere irrazionale, utopista, sovversivo, visionario, provocatorio, anarchico, superfluo.
Certo, se un progettista, architetto o ingegnere o geometra, avesse distribuito agli utenti un questionario come quello di Tibaldi come base per un reale progetto architettonico, sarebbe stato gentilmente invitato a recarsi presso il più vicino centro di igiene mentale, ma Tibaldi non si inserisce in alcuna categoria, quindi segue le procedure che crede. E lui sa che non dovrà progettare veramente quell’improbabile condominio, quindi provoca, perché lui può farlo, perché lui è un artista, mica un architetto, il suo ‘mestiere’ è provocare, non fare case. L’eterogenea schiera di condòmini del suo utopic building probabilmente è la stessa che si siede attorno alla sua tabula rasa portandosi da casa la sedia ed inscenando attorno al tavolo una sorta di happening dell’arredamento, o la stessa armata brancaleone che costruisce in tempo record una casa bifamiliare abusiva neanche peggio di quelle erette con tutti i sigilli dell’ufficialità.

C’è una parola che accomuna tutto ciò, ed è ‘libertà’. E’ quella che si legge nell’inusuale questionario che non darà luogo ad alcun condominio ma che avrà fatto sognare qualcuno, nell’accozzaglia di sedie scompagnate dove nessuno rinuncia alla propria comodità, nel perverso efficientismo dell’illegalità, libertà dalle regole, dalle convenzioni, dalle imposizioni, dall’”apparato burocratico”, dal “minimalismo modaiolo”, dal “significato ad ogni costo”.
Da tempo l’architettura guarda all’arte con interesse, con emulazione e con dichiarata invidia, cerca di indagarne i codici linguistici aprendosi alla contaminazione ed all’interdisciplinarità, di evadere dalle imposizioni della ragione e della funzionalità per poter finalmente volare.
Gerhy o Hadid sono grandi evasori, la loro architettura artisticizzata è un tentativo continuo di sottrarsi ai condizionamenti culturali, stilistici, persino statici, opera aperta che, come l’arte, rifiuta dichiarazioni formali o funzionali definitive.
E l’arte non fa prigionieri, l’arte si lascia dietro solo cadaveri nel continuo superamento di sé, una fuga in avanti che lascia il vuoto, che ce la fa perdere di vista e quando la raggiungiamo spesso non riusciamo a riconoscerla.
Invece l’architettura, per sua stessa natura, è comunque destinata a divenire testimonianza permanente ben oltre le sue ragioni progettuali, perché nessun’altra attività umana influisce sull’ambiente e sulla qualità della vita in modo così determinante e soprattutto duraturo, perché la materia dell’architettura sopravvive alla sua stessa idea.
Quanto l’architettura è necessaria, altrettanto l’arte è inutile e proprio l’inutilità sembra essere il decisivo discrimine tra queste due discipline. Certamente anche un’architettura può essere inutile, tutte le volte che non dà “risposte convincenti ai singoli“ senza avere il coraggio di liberarsi da “generiche soluzioni generaliste autocompiacenti e auto compiaciute”, ma questo non la rende un’opera d’arte, solo una brutta architettura.

Quando tu invochi, la liberazione dell’architettura sull’esempio di un’arte che, a differenza di essa, è capace di affrancarsi dall’omologazione e dall’inscatolamento di massa affermando la priorità del singolo sulla presunta tutela “d’un astratto fine collettivo che nessuno individualmente riconosce come proprio”, quando auspichi la libertà degli architetti (e presumo anche un’adeguata capacità professionale), mi vengono in mente parole del lontano 1954, di Walter Gropius (‘Il compito dell'architetto: servire o guidare?’, Architectural Forum, New York) che sintetizzano ciò che lui definiva ‘comporre in funzione del vivere’: “l'architetto dovrebbe concepire gli edifici non come monumenti ma come asili del flusso di vita che essi debbono servire ……” , il flusso di vita, sedie scompagnate, condominii utopici, maestranze improvvisate, “le tensioni estetiche ed emotive” degli uomini che abitano l’architettura.

Per citare un ricorrente tormentone, “non servono nuove leggi, basta applicare quelle che già ci sono”, parafrasando si potrebbe dire: “non servono architetti liberi, solo architetti capaci”.
Per legge.

domenica 2 giugno 2019

L'identità culturale non esiste

François Jullien, filosofo, ellenista e sinologo francese.
Ci spiega in questo corposo testo perché, da un punto di vista antropologico, l'identità culturale, su cui negli ultimi decenni s'è scritto in toni risolutivi,  semplicemente non esiste. 



L'identità culturale non esiste
(ma noi difendiamo le risorse di una cultura)

La rivendicazione di un’identità culturale tende a imporsi in tutto il mondo, oggi, a causa del ritorno del nazionalismo e come reazione alla mondializzazione.
L’identità culturale sarebbe quindi una difesa. Contro l’uniformazione che ci minaccia dall’esterno e contro i comunitarismi che potrebbero minarci dall’interno. Ma allora, come trovare un punto di equilibrio tra la tolleranza e l’assimilazione, tra la difesa di una singolarità e l’esigenza di universalità?
Questo dibattito attraversa in particolare l’Europa, colta improvvisamente dal dubbio riguardo all’ideale dell’Illuminismo, e piú in generale concerne il rapporto tra le culture e quello che potrà essere il loro futuro.
Ritengo però che vi sia un errore nell’uso di questi concetti: credo che non si possa piú parlare di «differenze» che isolano le culture, ma piuttosto di scarti che sono costantemente a confronto, quindi in tensione, e che promuovono tra loro un comune. E non si può piú parlare neppure di identità – dal momento che la specificità della cultura sta proprio nel cambiare e nel trasformarsi –, ma di fecondità, o di quelle che definirei risorse.


Leggi il testo integrale: >>>https://www.antithesi.info/testi/fonti/testo_1.asp?id=12

venerdì 31 maggio 2019

Vati e gagà - di Ugo Rosa


Quello che segue è un articolo scritto nel 2004 da Ugo Rosa su antiTHeSi.info e fa un ritratto di un Vittorio Sgarbi che sembra oggi essersi fermato nel tempo e nel personaggio.
Lo ripropongo per l'ironia e le capacità letterarie di Ugo, ma soprattutto per far chiarezza sulla reale natura conservativa e conservatrice di questo personaggio mediaticamente ingombrante, che pare conoscere molto ma capire anche poco, in particolare, d'arte contemporanea.

Di vati e di gagà questo paese ne ha sempre prodotti. Ma è anche prodigo di pupattoli alla forfora che brillantemente assommano nella loro singola e venerabile persona ambedue queste caratteristiche: i vati-gagà. La storia dell’editoria nazionale, di conseguenza, pullula di pagine scritte con una prosa monumentale e gonfia di gas come un pallone aerostatico che, appena lo pungi con lo spillo, schizza via afflosciandosi in un sibilo prolungato e lamentoso al cui richiamo miriadi di altri gagà e di altri vati accorrono.
Li senti che si passano parola: “Che testa!” dice uno, “Che cuore!” fa eco l’altro “Che polmoni, Che spirito libero!” chiosa un terzo. Si fa quel che si può, e ognuno ci aggiunge del suo.
Il mutuo soccorso dei vati e dei gagà è un tipo di volontariato che in Italia ha un grande passato e il cui presente lascia intuire che, di certo, in futuro ci sarà (per loro) da spassarsela.
E’ proprio nel presente, infatti, che si colloca un caposaldo di questo genere letterario di pronto intervento, a metà tra la posta del cuore e il memoriale della nonna; però con appendici bibliografiche (in cui Adorno se ne sta, mogio mogio, al fianco di Pierluigi Cervellati). L’autore, vate e gagà di prim’ordine, si chiama Sgarbi Vittorio.
Mi sono già occupato, una volta, di un suo spettacoloso articolo di giornale, ma, in realtà, ne so poco e, devo ammetterlo, questo gagà (e vate) mi incuriosisce: ho chiesto in giro, mi hanno detto quel che già sapevo, che cioè egli è noto come gagà televisivo e, secondariamente, come homme de lettres. Ho provato ad approfondire:
Che mestiere esercita questo signore?
Questo signore scrive e parla in tv.
Di cosa?
Di tutto.
I conti tornano.
Ah! Fa anche politica.
Perfetto, l’operazione non dà resto: il registratore di cassa scampanella che è un piacere.
Sgarbi Vittorio: professione vate (e gagà).
Premetto che non ho interessi antropologici, né passione per i rotocalchi e che il libro di un homme de lettres che fa politica, scrive e va in tv, in linea di massima, non è roba che fa per me. Perché ne scrivo allora? Perché quest’homme de lettres televisivo nel corso delle sue sgroppate retoriche è finito, sul suo asinello bardato da destriero, nel campo dell’architettura e dell’urbanistica, già terreno di pascolo per innumerevoli altri asini. E siccome io sarei architetto (homme de lettres permettendo e anche se ammetterlo è dura), la cosa m’incuriosisce.
Ho dunque letto il libro. S’intitola “Un paese sfigurato”, un titolo certamente notevole.
Comincia a lume di candela (pag.1): “Il bene più prezioso per un luogo è…il suo essere quello che è stato”. Ecco una cosa che stimola e fa riflettere. Dunque il bene più prezioso, mettiamo, per un mondezzaio sarebbe quello di restare per sempre ciò che è stato, cioè un mondezzaio. Questa metafisica della permanenza è suggestiva e apre prospettive interessanti. Per esempio quella che il bene più prezioso per un cretino sarebbe di restare in eterno un cretino. L’espediente è vecchio come il cucco: il vate avanza il piedino, indica lontano, volge l’occhio verso un punto imprecisato dell’orizzonte e, mentre la palpebra freme, incide tra le nuvole uno di questi lacrimosi ultimatum. Poi confida nella dabbenaggine di chi legge; e siccome i suoi lettori e lui si meritano a vicenda, il gioco è fatto. E’ normale; queste frasi ad effetto, che non vogliono dir nulla (ma esplodono come mortaretti e tengono l’utente con il naso per aria) sono l’ambito di specializzazione dei vati-gagà, pensate al capostipite, Gabriele D’Annunzio. Alla luce di questa fulgida stupidaggine iniziale il libro brancola nella penombra per un centinaio di pagine abbattendosi, sul filo delle ultime tre righe (pag. 95) sopra un bersaglio che, per fortuna, conoscevamo a memoria: “…continuiamo ad assistere impotenti al trionfo dell’architetto distruttore impunito e del politico che lo fiancheggia…Figure modeste, incapaci di percepire lo spirito, l’armonia, il senso della storia. Personaggi che non guardano, non vivono, non ascoltano il respiro d’Italia, ma perseguono il malefico disegno della sua cancellazione irreversibile.”.
Il respiro d’Italia.
Se l’Italia non fosse il paese dei vati e dei gagà per un’espressione del genere dovrebbe essere previsto il ripristino delle sculacciate. Invece a chi le scrive si assegnano poltrone di sottosegretario e, prima o poi, lo si farà ministro. Comunque, tra quell’inizio e questa conclusione (a provare che “il respiro d’Italia” non è un incidente di percorso) si trovano passi come questo (pag. 30): ”…non è eccessivo affermare che la conquista culturale più significativa degli ultimi anni è stata l’attività di Carlo Petrini e del suo “Slow food”. Il recupero di sapori locali per combattere la massificazione dei gusti, diffondendo i cibi prodotti in aree ristrette, dimostra che si può utilizzare vantaggiosamente il mercato per difendere un patrimonio che altrimenti sarebbe completamente disperso. I “Fast food”, peraltro, rappresentano esattamente l’equivalente della degenerazione nella lingua, nella musica, nella letteratura.” che ci spiegano perché il respiro d’Italia è così pesante: questo succede quando ci s’ingozza di lasagne. Ma se il gagà si muove tra osterie e luoghi di svago il vate pensa alla cultura e frequenta le persone giuste. Infatti qualche pagina prima (pag. 22) eccolo che, secondo la regola del mutuo soccorso di cui dicevo, accorre in aiuto di un collega: “Cosa posso pensare dell’atteggiamento dello stato nei confronti di Zeffirelli? Nella sua casa di Positano, egli ha aperto nuove finestre con cornici di intonaco leggermente invecchiato, su cui ha fatto inscrivere la data 1771…Ebbene è stato costretto a toglierla. Per questo sono nemico della legalità.” Anche a me era venuto in mente di passare alla clandestinità per via dell’obbrobrio della tassa sugli yachts. Poi però ci ho ripensato. Visto che lo yacht non ce l’ho mi sono reso conto che stavo lavorando di fantasia… ma per quanta fantasia ci metta mi è quasi impossibile riuscire ad immaginare dove un gagà che (anche se vate) non ha mai lavorato in vita sua riesca a trovare le energie per rimestare in questa fangosa sbobba piccolo culturale che ogni filisteuzzo portatore di “libero pensiero” comunica al barista, mentre s’ingozza di sfogliatelle e cappuccini. Nel concitato tentativo di confondere il malcapitato per riuscire ad infilarsi tra le ganasce qualche pasterella fuori dal conto. Un minestrone di melensaggini in cui “i sapori del tempo che fu” se ne vanno a spasso con i “retaggi del passato” là, nella valle degli orti, dove Mastro Lindo s’è sposato con l’olandesina, in quel luogo “magico, patinato di fumo, dove si serviva ancora il vino in ciotole di metallo” (pag.85) e Cervellati suonava le nacchere e ballava il minuetto con Alberto Arbasino. Quel luogo incantato in cui, a Zeffirelli nessuno avrebbe osato impedire di scrivere minchiate sopra le finestre. Ora, questa terribile tortura imposta ad un altro vate-gagà, inutile dirlo, mi addolora. Così, a caldo, anch’io mi darei al banditismo. Però poi mi consolo perché prendo atto che se è pur vero che i cattivi non gli hanno fatto scrivere “1771” sopra una finestra aperta l’altro ieri, è ugualmente vero che nessuno gli ha impedito di girare i suoi film; che sono, ammettiamolo, un pochino peggio di una sciocchezza incisa sull’intonaco. Insomma è sempre la storia del bicchiere: è mezzo pieno o è mezzo vuoto? Chi può dirlo…oramai nessuno più risponde a queste domande, data “la degenerazione nella lingua, nella musica, nella letteratura” (pag.30). Un momento, prego… nessuno tranne il nostro vate che, dietro richiesta del gagà e ligio, questa volta, alla legge Bassanini, presenta autocertificazione di qualità firmandosela da solo e per giunta soffiando dentro il corno inglese in questa maniera: “Il desiderio di verità che mi anima viene da lontano” e “Io ho fatto per l’arte ciò che Carmelo Bene fece per il teatro” (pag.27). Eppure la decadenza della letteratura non ha impedito né al gagà e neppure al vate di scrivere una frase come questa “Oggi non sai più riconoscere che neanche passi un fiume attraverso Tokyo” (pag.41) dove la sintassi si volatilizza in metafisica pura. D’altra parte, sebbene gli studi storici (sempre per via della famosa degenerazione…) siano oramai carne di porco, il nostro vate (in quanto gagà) accorre, si leva il monocolo, colpisce gli ignorantoni con la sua canna da passeggio e risolleva i suddetti studi. Perciò s’inalbera e fa persino dello spirito (nei limiti di gesso entro cui il vate lo consente al gagà) su quelli che “non conoscono la storia” e poi, del detto “L’aria della città rende liberi” (che risale al medioevo e indica la possibilità, per i contadini, di rendersi liberi dagli obblighi servili dopo un periodo di residenza in città) rivela che si tratta di una “scritta…ispirata all’iscrizione nazista”. (pag.32). Se ad uno così gli consegnate un’epigrafe funeraria ve la restituisce infiocchettata in confezione regalo e trasformata nel barzellettiere di Totti. Ma i tempi sono grami e, come il nostro (vate? gagà?) ha inciso a pag.22: “L’ignoranza è sovrana”.
Tra autocertificazioni (“io so di conoscere pietra su pietra le opere di Palladio”) proclami da parata elettorale (“ripartire dalla storia per tutelare il presente e progettare il futuro”) lamentazioni della lapide al milite ignoto (“non ci sono più Palladio e Raffaello”) nostalgie da signorinella pallida (“…l’aula con piccoli banchi di legno e luci fioche e propizie…”) e superomismi alla Johnny Bravo, il bellone col ciuffo (“Nel difendere la bellezza non bisogna mai abbassare la guardia. Mentre ero distratto, a Ferrara…è stato costruito un edificio a torre…”) questo volumetto riesce ad essere spaventosamente prolisso pur nei limiti ristretti delle sue cento pagine. Esattamente come il suo autore riesce, nei ristretti limiti di una comprensione turistica dell’architettura e dell’urbanistica, a far mostra di una presunzione addirittura enciclopedica. Egli sa esprimere la sua indignazione da vate attraverso raffinati jeux de mots come questo: “Il Cristo Morto del Mantegna , cioè l’opera più importante esposta a Brera, se ne sta su un muretto giallo, sovrastata da una specie di decorazione che uno non metterebbe neanche nel “gabinetto” di casa sua” ma sa anche, da gagà itinerante, indignarsi un tanto al metro: “…si è tentato di costruire un ristorante a soli cento metri da Castel del Monte, il più importante monumento Federiciano” e se, non conoscendo il cesso di casa sua, non possiamo porre rimedio alla prima indignazione, potremmo forse rimediare alla seconda recandoci a pranzo con l’elmo ed imponendolo anche, eventualmente, a tutti i cani che, sulle mura di Castel del Monte, ci vanno a pisciare.
La cosa davvero stupefacente, però, è che questo stesso vate dall’ego gonfio come la prostata di Giosuè Carducci, questo gagà a cui il narcisismo impedisce, non fosse che per un milionesimo di secondo, di provare orrore per sé stesso, per ciò che ha rappresentato e rappresenta, per come ha contribuito e contribuisce alla volgarità e alla barbarie mediatica senza limiti in cui oramai sguazza questo “paese sfigurato”, riesca poi a chiedersi senza che gli caschi la dentiera per la vergogna: “Come difendersi dal delirante ego degli architetti?” e a dedicare un capitolo all’esorcismo dell’“L’architetto-narciso”. S’indigna, l’amico, per via della “barbarizzazione modernista” ed è affranto per la volgarità che lo circonda da ogni parte, ma non è neppure sfiorato dal dubbio che questo paese sia stato involgarito, imbarbarito e messo alla gogna (molto prima e molto più che da una fantomatica “modernizzazione”) da un degrado mentale e culturale che personaggi come lui incarnano a perfezione: con i loro isterismi, la loro ridicola presunzione, le loro patetiche apparizioni televisive. Una fiera della fatuità che, con la funebre monodia della sua chiassosa demenza, ha di sicuro arricchito lui e quelli come lui; ma ha fatto di peggio che sfigurare questo paese: lo ha inesorabilmente lobotomizzato.


(Ugo Rosa - 28/9/2004)

giovedì 30 maggio 2019

Eugenio Tibaldi: l'artista albese più importante oggi



"Dal 2000 inizia la mia ricerca che prende vita nell'area periferica a nord di Napoli, provengo da Alba (CN), cittadina di provincia; mi sono trasferito con la motivazione di conoscere e vivere il luogo, a mio avviso, più plastico e mobile d'Italia.
In essa trovo i riflessi di una mutazione silente sia in termini di interpretazione e che reazione alla realtà, una neo cultura in grado di influire e alterare sistemi economico sociali. Le aree periferiche con i loro “non confini”, si prestano ad entrare in relazione con il materiale umano secondo dinamiche "altre" da quelle centrali, dando luogo a soluzioni adattative e di convivenza tra le parti spesso impreviste.
Quindi, le periferie, esprimono una condizione culturale che cambia e influenza il modo di vivere di chi le abita ed innesca vere e proprie dinamiche mentali, che riscrivono le regole dell'estetica e della socialità.
Da 15 anni circa studio la periferia ed in particolare le sue risultanze estetiche. Documento e rilevo i passaggi del rapporto fra legalità, economia ed estetica.
Annoto i segnali culturali, necessari ed indotti da ciò che il potere impone e che l’economia regola, i codici comunicativi che facilitano lo scambio e le alleanze tra questi tessuti nelle aree periferiche.
"
(Tratto dal sito personale dell'artista)

Queste parole riprese dallo statement del suo sito personale rivelano il senso del titolo di questo articolo e ci mostrano quanto sia importante per gli architetti la qualità della sua ricerca. Parliamo di disagio e di periferie, tema oggi attualissimo per la guerra civile tra poveri che si sta consumando sull'onda dell'odio razzista messo in campo da spregiudicati opportunisti della politica.

Eugenio Tibaldi lavora da tempi non sospetti per guadagnare dignità estetica nel mondo estremamente fecondo della marginalità, in questo ricordando le esperienze dell'altro grande artista albese dell'arte informale, Pinot Gallizio. Fondatore  nel 1957 dell'Internazionale situazionista, insieme a Guy Debord, Michèle Bernstein, Asger Jorn, Constant, Walter Olmo, Piero Simondo, Elena Verrone, Rulph Rumney, Gallizio non abbandonò mai il tema sociale e la ricerca pittorica mirata alla ridefinizione del perimetro dell'arte, fuori dai recinti del mercato.


Rispetto agli anni dell'informale, l'operare di Tibaldi è molto più presente, estremamente attuale nel modo e nella forma, soprattutto in funzione del linguaggio, che in questo autore non è strumento per descrivere e raccontare ma è l'esito della sua continua e costante ricerca. Lontanissimo dal manierismo di chi si affida all'iconografia certificata dalle esigenze di mercato, che necessitano di un segno evidente e riconoscibile, nel nostro autore il progetto nasce e si sviluppa adattandosi e componendosi secondo un metalinguaggio che non condiziona mai in dettaglio l'esito finale.

Questo aspetto da solo basterebbe a innalzare questo artista ai vertici del mondo dell'arte. Egli ha saputo sottrarsi alla grande seduzione del concetto di "senso" che ha invaso musei e gallerie. In molta dell'arte attuale, vissuta come annuncio, come scena portatrice di senso e non come sostanza in sé, l'evento viene espresso e rappresentato confidando esclusivamente sul significato di quanto e di come l'opera viene esposta, tralasciando ai soli fini calligrafici le modalità di scrittura della scena.
In Tibadi, invece, c'è un rovesciamento perché la scena rappresentata ricava forza emotiva più dalla scrittura che dal significato. Se da un secolo il percorso dell'arte ha inseguito le logiche del teatro, ora, fortunatamente, si inverte la rotta.

Molta strada si deve fare, ma è necessario uscire dalle allucinazioni delle "narrazioni", nelle quali raccontare senso non ha bisogno di una particolare scrittura. Nella politica attuale, per esempio, quelle che vengono chiamate narrazioni stanno svuotando ogni riferimento al reale, sprofondandoci in un relativismo senza confini destinato a liberare la parte peggiore dell'umanità.
Solo riconquistando la scrittura, che è l'insieme delle tracce del reale, si potranno ricomporre quei valori estetici che, nel mondo occidentale, sono portatori anche di quelli morali.

Link utili:
- http://www.eugeniotibaldi.com/it/
- Su antiTHeSi.info - Estetica dell'abuso di Sandro Lazier

Destra o Sinistra?

1 Gli ultimi avvenimenti politici nazionali hanno riproposto un tema che sembrava svanito nella nebbia del populismo dilagante con...